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Architetti, uomini e fantasmi

Ho guardato a lungo l’immagine di copertina dell’artista Josè Manuel Ballester simile ad altre della sua produzione. Riguardano quadri famosi ma spogliati della presenza umana. Ne risultano spazi nudi, spesso quasi irriconoscibili, nonostante si riferiscano a quadri davvero noti e benché tracce della presenza dell’uomo siano ben individuabili. E’ come se i soggetti dipinti si fossero allontanati nella stanza a fianco per un po’, prima di altre ore di posa.

L’osservazione mi ha spinto a riflettere ancora una volta su una cosa: lo spazio architettonico nasce per l’essere umano e per essere abitato, e le grandi architetture sono tali solo a questa condizione. Viceversa non è architettura ma scultura o altro ancora.

Ero ancora all’università a Ferrara, dove mi sono laureto. Era il primo anno. Il preside e i professori della neonata facoltà presero l’anticonformista decisione di far studiare storia dell’architettura contemporanea fin dal primo quadrimestre. La scelta del corpo docente era supportata dal fatto che il quadrimestre successivo avremmo dovuto affrontare il primo esame di composizione architettonica e si invitavano quindi gli studenti a produrre progetti moderni. Per me che venivo dal Liceo scientifico l’architettura del xx secolo era davvero bizzarra. Capisco quindi bene un certo scetticismo ancora ben radicato in un paese classico come il nostro.

Mies Van der Rohe, Padiglione di Barcellona. photo by Jean Philippe del Berghe da “Unsplash”

Ricordo che quando affrontai Mies Van der Rohe, maestro indiscusso dell’architettura mondiale del XX secolo e pur riconoscendone ovviamente il grandissimo valore, mi parve che l’equilibrio e la compiutezza fosse tale che qualsiasi “altro”, compresa la presenza umana, avrebbe alterato negativamente tanta perfezione. Lo penso ancora oggi, e non solo di Mies. Alla ricerca di uno spazio, specie quello domestico, in cui sia prioritario il senso di riparo e dove parli il silenzio, le lusinghe dell’ego possono indurre a voler controllare tutto. La sindrome da progettazione totale.

A proposito di sovrapposizioni. Photo by  Joshua Earle da “Unsplash”

Eppure ci sono spazi secolari che hanno subito tante manomissioni, sfregi, sovrapposizioni che resistono, emozionano e commuovono. Credo davvero che la grande architettura abbracci le persone, le respinga a volte ma comunque crei una relazione con esse. La grande architettura resiste alle mode, agli stili. La grande architettura è amica della Storia. La grande architettura fa dimenticare l’architetto.

Cover photo José Manuel Ballester, Espacios occultos

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