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Il divano verde oliva e il senso della memoria

Un po’ di anni fa, di fronte ad una coppia di fantastici clienti, l’atmosfera era quella rilassata ed amicale di chi si conosce da tempo o, forse, da sempre. Benché ci trovassimo a ragionare su una casa nuova, io chiesi ad entrambi i coniugi di parlarmi della loro casa della memoria. Per intenderci, la casa o le case di cui conservavano un bel ricordo e a cui erano più legati: per via di uno spazio all’interno, per un qualcosa fuori, per un odore. Qualcosa che potesse far loro ricordare che quella era stata “LA” casa per loro.

E’ una domanda che faccio spesso, se mi sento autorizzato. L’architettura, ed una casa in particolare, dovrebbe porre al centro chi l’andrà abitare e quindi: il chi sei, cos’è per te “casa”, quali e quanti spazi sono di carattere collettivo e quali assolutamente privati…sono tutte informazioni molto più interessanti del cosa ci metto dentro o di quanti metri quadrati sarà la camera da letto.

Le mie case della memoria sono due: quella a Faenza, di famiglia, abitata ancora da mia madre e quella a San Benedetto del Tronto, dei miei nonni materni (nella foto). In quest’ultima, appartamento al primo piano del dopoguerra, l’interno fu tutto arredato con oggetti del design italiano degli anni ‘50. Stupendi. I miei nonni, idraulico lui e casalinga lei entrambi con la licenza elementare, non erano certo cultori del design eppure l’IKEA di allora era evidentemente questo.

Il loro divano in boucle’ verde (dello stesso colore delle olive che poi riempite, impanate e fritte diventano “all’ascolana”) passa in ogni casa che ho abitato. Era con me quando, col primo compenso da architetto, andai a vivere da solo e lo è oggi che ho una mia famiglia (nella foto).

E col divano, inevitabile, il ricordo delle estati passate e dei nonni Renzo ed Aldina.

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