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    La finestra di Leopardi

    A scuola ero un secchione. Una carriera scolastica imbarazzante per la dedizione e i conseguenti successi. In amore, durante gli anni liceali, mi incaponivo col medesimo attaccamento, pensando che valesse lo stesso metodo impegno=risultato. Ovviamente non compreso, mi sono sentito un moderno eroe romantico, un Jacopo Ortis della Romagna.

    Quando all’esame di maturità ”uscì” Leopardi, il cui pessimismo nichilista era sufficientemente allineato al mio, non ebbi alcun dubbio e feci il tema di letteratura. In particolare di “Giacomino” (i puristi mi perdoneranno ma ho bisogno di esorcizzare), mi ha sempre incuriosito il tema della finestra: la posizione privilegiata ma estranea di colui/colei che guarda una realtà in maniera distaccata.

    Casa Leopardi. La finestra di Giacomo

    Pensiamo a dei versi arcinoti di apertura di due delle sue liriche più famose. La donzelletta vien dalla campagna,/In sul calar del sole(…) Oppure D’in su la vetta della torre antica,/Passero solitario, alla campagna/Cantando vai finché non more il giorno; (…). In entrambi i casi Leopardi è distaccato, osserva la scena di cui non fa parte e la descrive.

    Come architetto, forse dall’indole voyeuristica, delle possibili funzioni della finestra mi affascina soprattutto questo: indagare le possibilità del guardare e del farsi guardare. La prima è legata all’idea intimista ed autocentrata che la finestra possa essere “abitata” perché collegata ad una seduta, ad uno scrittoio, spesso all’interno di uno spessore murario considerevole che mi sollecita, che mi invita, a soffermarmi a stare. E a riflettere. E’ il caso leopardiano.

    Peter Zumthor, Casa Vacanze a Vals, Svizzera

    La seconda è la finestra intesa come vetrina, attraverso la quale permetto, anzi sollecito, l’altro a guardarmi in un rapporto che presuppone altri da me. E’ il buco della serratura. E’ il “confessionale” del Grande Fratello. Più concretamente, è il bow window dove viene messo in scena quanto vuoi che gli altri pensino di te.

    Sequenza di bow window color pastello. Notthing Hill, Londra

    Esiste un altro tipo di finestra, tipica dell’architettura contemporanea, la finestra a tutta altezza, quasi invisibile, dove a parer mio è più importante non fissare confini tra il dentro e il fuori piuttosto che guardare e farsi guardare. Paradigma di questa logica è la Farnsworth House del 1946 di Mies Van der Rohe vicino a Chicago, una delle prime (o la prima?) ad adottare questa logica in un edificio privato.

    Ovvio che mentre si progetta e a seconda di cosa e per chi lo si fa è stimolante usare tutte le potenzialità delle possibili aperture: finestre e porte.

    Senza parlare poi di frangisole e gelosie in cui l’apertura si fa erotica. Che l’eroe romantico che è ancora in me abbia trovato modo di gustare della propria condizione? Oddio…

    Mies Van Der Rohe, Casa Farnsworth

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