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Questione di punti di vista

Con l’invenzione della prospettiva, e le leggi che ne governano la costruzione grafica, è nata prima la volontà da parte degli artisti e degli architetti di rappresentare la realtà e poi di distorcela.

Il primo fu Masaccio. Nel 1426 a Firenze all’interno di S.Maria Novella.  Se il tuo sguardo coincide con quello che è il punto di fuga della costruzione, sei dentro il quadro e l’ambiente che viene dipinto. Nasce la prospettiva centrale in pittura.

S. Maria Novella_Firenze. La trinità. Masaccio

La storia dell’architettura è piena di casi e di applicazioni delle leggi prospettiche.

Pienza. Provincia di Siena. Gli elementi della piccola piazza che la compongono sarebbero poca cosa senza il disegno della pavimentazione. L’apertura della piazza a forma trapeziodale avvicina il fronte della chiesa che diventa più presente all’interno dello spazio. Inversamente il Teatro Olimpico a Vicenza del Palladio. In questo caso la prospettiva è forzata a suggerire una profondità inesistente.

In generale il caso più semplice è quello di un punto di vista centrale che si riesce a controllare meglio. Magari attraverso una progressione assiale, proprio come nel novantanove per cento dei casi delle ville Palladiane.

Teatro Olimpico (Vicenza). Andrea Palladio

E oggi? Domina un tipo di architettura che non privilegia un punto di vista o fronti specifici, quanto architetture 3D, a volte decostruite, in cui nessuno dei fronti è il principale e nessuno rappresenta il punto di vista primario da cui guardare l’edificio. La predilezione va quindi su una mancata gerarchia dei fronti, specialmente quando il contesto si fa meno connotato, se non naturale, e sebbene nei contesti urbani continui ad essere prevalente la distinzione di un fronte rispetto all’altro.

Alcuni architetti come Zaha Hadid (scomparsa troppo presto), Daniel Libeskind o Peter Eisenman arrivano poi a deformare a tal punto le facciate che la realtà sembra non tanto distorta quanto capovolta.

Maxxi. Roma. Zaha Hadid architects.

Gli strumenti per raccontare un’architettura possono essere diversi, bisogna conoscerli tutti per poterli controllare e non essere controllati. Proprio come nella musica, nella danza o nella letteratura non esiste il giusto o lo sbagliato ma c’è sempre, o ci dovrebbe essere, la volontà di raccontare qualcosa con le note, i movimenti e le parole più appropriate.

In ogni caso che sia architettura, o altra forma d’arte, bisogna conoscere quanti più strumenti possibili perché l’uso di un linguaggio architettonico o l’altro deve essere utile a provocare un’emozione.

in copertina: vista dall’alto di Piazza Piccolomini_ Pienza (Siena)

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