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Sulla bellezza di Milano

Ero a Milano ormai due settimane fa, come la maggior parte degli architetti e dei designer. Non ho fatto la solita toccata_e_fuga ma mi sono ritagliato un paio di giorni e, in compagnia di un carissimo amico che ci vive, mi sono preso una buona mattinata per girovagare senza una meta precisa snobbando eventi e mostre, dentro e fuori il Salone.

Ho camminato tanto e preso ogni forma di locomozione (perfino il tram su ruote d’epoca) e posso dire che la zona centrale così come quella dei viali, i villini degli anni ’20, ma anche gli edifici degli anni ‘60 e ’70 sono di una bellezza innegabile, e chi dice il contrario mente sapendo di mentire. Milano possiede una bellezza soffusa, a volte sfacciata, ma più spesso democratica. La bellezza di Milano permea tutto o quasi, se si pensa all’eccezione della periferia più recente, analoga ad ogni periferia italiana senza qualità.

Palazzi storici con facciate ed ingressi incredibili, locali recenti curanti ed eleganti, interventi contemporanei suggestivi ormai in ogni rivista di settore.

Ho pensato al design italiano, quello storico del dopoguerra ed alcuni dei suoi protagonisti: i più eleganti sono loro e sono tutti milanesi. Solo per citarne alcuni: Ignazio Gardella, Achille Castiglioni, Gio Ponti, Vico Magistretti…

Photo by  Chris Barbalis da “Unsplash”

Allora come non pensare che esista necessariamente un rapporto tra capacità artistica dell’individuo, pur dotato, in relazione alla eredità estetica di una città? La bellezza quindi può essere respirata, è un virus benevolo, è un morbo al quale non ci si puoi sottrarre. Allora ci vuole più bellezza, sempre di più, perché si vive meglio e non ci sono controindicazioni.

Altro che Milano da bere!

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