La giustificazione del segno

E’ dai tempi dell’università a Ferrara che sono stato formato alla giustificazione di ogni segno tracciato sulla carta o al computer. Quella linea definisce ma allo stesso modo può limitare e precludere. Quando si fa architettura si deve sempre pensare come quel segno influenzerà necessariamente la vita di chi dipenderà da quel tuo segno. Nel bene e nel male.
Forse e non a caso all’università gli esami di progetto venivano sostenuti in coppia perché, come neo-consoli, l’uno vigilava sul lavoro dell’altro e ne rappresentava la coscienza critica. Durante le innumerevoli discussioni, a volte furiose litigate, che portano alla gestazione di un progetto, la parola d’ordine con la matita in mano era “Giustificamelo!”. Un bell’allenamento per eliminare il superfluo e l’incoerente. Era peraltro la prima decade degli anni ’90. Il minimalismo era la cifra, padre del segno asciutto e definitivo. Il decoro era bandito perché era già decorativismo. E in quanto tale ingiustificabile.

Uno dei padri del moderno minimalismo: Mies van der Rohe. Padiglione di Barcellona. Photo by Jean Philippe Delberghe su Unsplash
Benché progetti da solo, anche oggi ho sempre la mia parte autocritica che ferocemente mi richiama all’ordine. Io lo definisco il “mio tarlo” quella voce che mi mette in guardia e che mi racconta quando c’è qualcosa che non torna. Non è la voce inequivocabile di un altro da me, ma è quella silente, dentro di me. E’ un’inquietudine che non mi dà pace fintanto non arrivo alla soluzione che sento come giusta e definitiva. E la sento, eccome se si fa sentire! Alla stessa stregua della “cagnara” che fa il mio tarlo.
