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PARASITE: il ruolo dell’architettura nel film

Finalmente dopo tanto tempo mi ritaglio un lunedì sera per andare al cinema. Il film prescelto è PARASITE di Bong Joon Ho, vincitore quest’anno della Palma d’oro al Festival di Cannes.

Innanzitutto ne caldeggio la visione benché la costruzione magistrale dell’ansia crescente mi abbia un po’ provato. Ma soprattutto, come architetto, evidenzio un paio di spunti di riflessione dato che gli spazi architettonici, a mio avviso, sono la struttura del film stesso.

Il paradosso: l’area del segnale del wifi gratuito e quella del WC rialzato coincidono

Quello che più mi ha colpito è il valore psicologico degli spazi. E non parlo della contrapposizione chiara dei due luoghi architettonici occupati dalle due famiglie, che a loro volta si oppongono come davanti ad uno specchio distorto: il lugubre, sporco e microscopico seminterrato da una parte e la villa ultramodernista tutta vetro, cemento e legno dall’altra, trionfo di igiene, del controllo e degli ampi spazi.

Interno della villa ipermoderna

Quello che più mi ha colpito è il valore psicologico degli spazi legati al “sopra” e al “sotto”. E’ l’archetipo del sotto come luogo dell’inconscio, del sotterraneo, del buio, dell’invisibile, ma anche, da un punto di vista sociale, luogo dei disagiati, dei “sommersi” o dei parassiti appunto. Fa da contraltare il sopra, luogo sacro alla luce, del conscio, del disvelato, del visibile ma anche del socialmente accettato ed accettabile, dei privilegiati, dei “salvati”. La gerarchia verticale dell’architettura e del sociale. E quindi delle scale come elemento di transizione e passaggio, alle quali specie nella seconda parte del film si dà molto spazio, in termini di pellicola.

Le grandi vetrate che affacciano sul giardino privato

Un ‘altra cosa che mi ha colpito è scoprire che la villa ipermoderna è in realtà un fake. Si tratta infatti di un set cinematografico ricreato dall’abilissimo scenografo che seguendo le richieste del regista ha ricreato l’intero set ad hoc e da zero. Ma allora la domanda che mi pongo è: è così facilmente replicabile un’architettura moderna, che potenzialmente chiunque può farsene traduttore? Si tratta di architettura coreana o potremmo essere dovunque? Quanto influisce sulla mente di ogni spettatore l’immagine stereotipata di una bella architettura contemporanea? E’ compito dell’architetto alimentare lo stereotipo o promuovere l’altro?

Come ogni buon film, esco dalla sala con molti dubbi ma in questo caso, senza dubbi, felice della spesa. Buona visione.

La locandina del film

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